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Banca – Importanza del censimento corretto e del relativo utilizzo del conto corrente cliente

Sentenza della Corte di Appello di Roma n. 6156/2021


Il caso in disamina è indicativo, ancora una volta, di come vada inteso il periodo di decadenza per la notifica dell’infrazione al presunto responsabile.

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza 6156/2021, ha fornito innanzitutto un importante motivo di riflessione sulle modalità del censimento del cliente al quale viene aperto il conto corrente. L’operatore e la Banca erano stati sanzionati dal Ministero, con provvedimento poi confermato dal Giudice in primo grado all’esito di ricorso presentato ai sensi art.6 d.lgs 150/2011. La violazione contestata consisteva nella mancata tempestiva segnalazione all'Unità di Informazione Finanziarla (UIF) di un'anomalia circa l’operatività sul conto da parte di un cliente. L’accertamento era stato condotto dagli ispettori dell’Unità di Informazione Finanziaria istituita presso la Banca d’Italia.

Nel corso dell’ispezione era emerso che il cliente, censito dalla banca nella categoria “famiglie consumatrici”, risultava delegato ad operare su altri conti, intestati a società di capitali, presso la stessa filiale. I profili di anomalia riscontrati riguardavano l’operatività del conto personale: l’utilizzo di denaro contante risultava, infatti, eccessivo per un conto di tale categoria, sul quale  venivano inoltre negoziati numerosi assegni.

L’opposizione si era fondata, in prima istanza, sulla tardività dell’avvenuta contestazione da parte degli agenti accertatori, ai sensi dell’art.14 della L.689/1981. La norma di carattere generale, di cui all’art.14 L.689/1981, prevede, al comma 2, un'ipotesi di decadenza collegata, in caso di mancata contestazione immediata della trasgressione (più diffusa, in pratica, nei casi in cui le contestazioni siano mosse dall’UIF, meno quando interviene la Guardia di Finanza), alla mancata tempestiva attivazione (mediante notificazione all'interessato) da parte dell'Autorità amministrativa che ha potestà sanzionatoria. L'ipotesi di decadenza è funzionale ad accelerare l'esercizio di tale potestà e non l'attività di accertamento che questa presuppone. Per tale motivo, si configura la decadenza solo quando siano trascorsi novanta giorni dal momento in cui l’autorità procedente può disporre delle informazioni necessarie per la contestazione; tale termine è, pertanto, soggetto alla valutazione discrezionale del Giudice e alle informazioni in suo possesso. Nel caso in esame, tale eccezione è stata ritenuta infondata sia dal Tribunale sia, successivamente, dalla Corte d’Appello, in quanto si è reso necessario il protrarsi del procedimento al fine dell’adozione della contestazione. In altri termini, la legittimità della durata degli accertamenti va valutata in relazione al caso concreto e alla complessità delle indagini, e non alla data in cui è stata commessa la violazione: dalla data di quest'ultima decorre solo il termine iniziale (cinque anni) di prescrizione di cui all'art.28 della L.689/1981. L'attività di accertamento dell'illecito non coincide con il momento in cui viene acquisito il "fatto" nella sua materialità, ma deve comprendere il tempo necessario alla valutazione dei dati acquisiti e afferenti agli elementi (oggettivi e soggettivi) dell'infrazione e, quindi, della fase finale di deliberazione, correlata alla complessità delle indagini tese a riscontrare la sussistenza dell'infrazione medesima e ad acquisire la piena consapevolezza della condotta.

La Corte ha confermato che le operazioni compiute sul conto corrente personale presentavano sicuramente degli indici di anomalia, sia per l'eccessivo l'utilizzo di denaro contante relativo a un conto personale, sia per il “vorticoso” giro di assegni tratti e versati senza documentazione giustificativa. Gli indici di anomalia, previsti dal Decalogo della Banca d’Italia (recante una casistica esemplificativa), erano tali da generare l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette, indipendentemente dalla certezza che l’operazione fosse o meno di natura illecita, essendo necessario solo un giudizio di “possibilità” in merito alla provenienza delittuosa, che non riguarda solo la “creazione” di capitali illeciti, ma anche reati spesso meno evidenti come quelli di carattere fiscale.  

Entrando nel merito della questione, tuttavia, secondo la Corte, il Tribunale non aveva valorizzato i documenti prodotti degli appellanti, in base ai quali il soggetto in questione, da tempo conosciuto dall’intermediario, operava come socio unico e amministratore di società del settore industriale dal rilevante e documentato fatturato e non risultava gravato da eventi pregiudizievoli.

Le movimentazioni sul conto personale potevano riferirsi a un’attività imprenditoriale piuttosto che personale, ma non apparivano sintomatiche di un’attività di usura né di riciclaggio.    

La movimentazione di assegni, sostanzialmente in equilibrio tra accrediti e addebiti, era un altro indicatore di attività imprenditoriale e non personale, potendo la fattispecie riferirsi ad illeciti di carattere fiscale volti certamente all’evasione e all’elusione di imposte, ma non finalizzate al reimpiego di proventi di attività delittuosa.

È interessante, dunque, il distinguo operato dalla Corte in questo frangente tra quelle che possono ritenersi attività illecite, perché sottendenti evasione o elusione fiscale,  e  quelle che vanno considerate invece operazioni di “riciclaggio”.

In base a quanto rilevato, la Corte ha accolto pertanto l’appello annullando il provvedimento sanzionatorio impugnato.