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Società fiduciaria - Le circolari ministeriali sono fonti secondarie che non possono contraddire la Legge

Sentenza del Tribunale di Roma n. 14126/2020


La vertenza in disamina aveva come oggetto il ricorso avverso decreto sanzionatorio emesso dal Ministero nei confronti di una società esercente attività "di fiduciaria e di revisione", per omessa S.O.S.

La sanzione era stata irrogata per presunta sussistenza di operazioni sospette relative a tre mandati e di conseguenza per non aver, la parte opponente, effettuato i necessari approfondimenti in ordine alle anomalie “riferibili a tutti i dettami del c.d. Decalogo della Banca d’Italia”, con particolare riguardo “all’origine delle disponibilità rimpatriate e alle anomale modalità di alimentazione del mandato fiduciario”.

Nel caso particolare, la vicenda contestata riguardava complesse operazioni di trasferimento di somme di danaro e di attività finanziarie estere presso una banca residente, nell’ambito del c.d. “Scudo Fiscale”.

Nonostante la normativa riguardi vicende non più attuali, è utile comunque comprendere quanto sostenuto dal Giudice nell’esprimere la sua decisione.

La normativa, riferibile a suddette operazioni, prevedeva che “Il rimpatrio ovvero la regolarizzazione si perfezionassero con il pagamento dell’imposta e non potevano in nessun caso costituire elemento utilizzabile a sfavore del contribuente, in ogni sede: giudiziaria, amministrativa ovvero tributaria, in via autonoma o addizionale, con esclusione dei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto né, previsione che rileva in questa sede, poteva configurare l'obbligo di segnalazione di cui all’articolo 41 del d.lgs.231/2007, relativamente ai rimpatri ovvero alle regolarizzazioni...". 

Gli operanti sostenevano che fosse proprio l’art.41 del d.lgs.231/2007 la norma violata, che dispone “I soggetti indicati negli articoli 10, co. 2, 11, 12, 13 e 14 inviano alla UIF, una segnalazione di operazione sospetta quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell’operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell’ambito dell'attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico” e che “è un elemento di sospetto il ricorso frequente o ingiustificato a operazioni in contante, anche se non in violazione dei limiti di cui all'articolo 49.

L’art.2, co.4, del d.lgs.231/2007 precisa che “ai fini di cui al co.1, s'intende per riciclaggio: 

a) la conversione o il trasferimento di beni, effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un'attività criminosa o da una partecipazione a tale attività, allo scopo di occultare o dissimulare l'origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni;  

b)  l'occultamento o la dissimulazione della reale natura, provenienza, ubicazione, disposizione, movimento, proprietà dei beni o dei diritti sugli stessi, effettuati essendo a conoscenza che tali beni provengono da un'attività criminosa o da una partecipazione a tale attività;

c)  l'acquisto, la detenzione o l'utilizzazione di beni essendo a conoscenza, al momento della loro ricezione, che tali beni provengono da un'attività criminosa o da una partecipazione a tale attività;
d) la partecipazione ad uno degli atti di cui alle lettere a), b) e c), l'associazione per commettere tale atto, il tentativo di perpetrarlo, il fatto di aiutare, istigare o consigliare qualcuno a commetterlo o il fatto di agevolarne l'esecuzione”.


Con riferimento all'accusa di mancata segnalazione operazioni sospette, i ricorrenti eccepivano il difetto di motivazione, l’inesistenza dell’obbligo di segnalazione, l’erroneità in ordine alla determinazione dell’entità della sanzione e la mancata applicazione dello “jus superveniens”, più favorevole al soggetto incolpato.

Il Ministero si costituiva, evidenziando l’infondatezza dell’opposizione. 


Il Tribunale, nella decisione, evidenziava come primo argomento il fatto che in materia di opposizione ad ordinanza-ingiunzione grava sull’amministrazione l’onere di provare l’esistenza degli elementi costitutivi, soggettivi e oggettivi, dell’illecito (da ultimo Cass. civ. Sez. II Ord., 08/10/2018, n. 24691). Tale regola deve inoltre coordinarsi con il principio, già sancito dall’art.23, co.12, della legge 689/1981; in riferimento a tali norme “il giudice accoglie l’opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell'opponente".

Nel merito, secondo il Tribunale, vista la legge, l’obbligo di segnalazione operazioni sospette non si applicava ai rimpatri e alle regolarizzazioni di capitali frutto di reati per i quali l’art.13 bis, co.4, escludeva la punibilità, norma chiara e che non poteva essere interpretata, ai fini che interessavano la vicenda, in “malam partem” da fonti secondarie quali le circolari ministeriali. Dunque, trattandosi di “Scudo Fiscale” e venendo in considerazione l’esimente di cui sopra e l’assenza di obbligo di segnalazione non era esigibile dagli opponenti un comportamento diverso.

Infatti, il “sospetto” non significa che il soggetto tenuto all’obbligo di segnalazioni debba svolgere indagini o accertamenti particolari, ovvero adoperarsi oltre un criterio di ordinaria diligenza o anche di diligenza speciale o professionale. Nella fattispecie, secondo appunto un criterio di diligenza, gli opponenti, trattandosi proprio di complesse operazioni di trasferimento di somme di danaro e di attività finanziarie estere nell’ambito del c.d. “Scudo Fiscale”, avevano ragionevolmente, in base alla normativa in questione, ritenuto che eventuali anomalie non dovessero essere segnalate, proprio perché relative a condotte non punibili penalmente, senza che potesse essere richiesto loro una ulteriore indagine per l’accertamento dell’eventuale sussistenza di un riciclaggio o di reati non scriminati.

Inoltre, il provvedimento opposto faceva riferimento ad una non specificata violazione di “tutti i dettami del c.d. Decalogo della Banca d’Italia”; la contestazione della presunta condotta antigiuridica dei ricorrenti si configurava quindi alquanto generica e difettava di motivazione, considerato che il ragionamento sul c.d. Decalogo della Banca d’Italia avrebbe dovuto essere attualizzato con un concreto riferimento alla condotta degli opponenti.

Per tali motivi il decreto sanzionato fu annullato, con condanna del Ministero alle spese legali.