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Uso del contante, limitazioni - Compensazioni e necessità di prova dei crediti

Sentenza della Corte di Appello di Roma n. 6142/2022


Nella vicenda oggetto della presente disamina, il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva presentato appello contro la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale della capitale, con la quale era stato accolto il ricorso presentato da una società a responsabilità limitata, sanzionata in modo gravoso dallo stesso Ministero in esito a una segnalazione dell'Agenzia delle Entrate.

La presunta infrazione contestava la violazione dell'art.49, c.1, del d.lgs.231/2007, ossia il trasferimento di denaro, a favore di altra società, per mezzo di contante e quindi effettuato senza il tramite degli intermediari abilitati.

Nello specifico, la vicenda aveva preso avvio dalla verifica fiscale operata nei confronti di una seconda società, durante la quale l'Agenzia delle Entrate aveva riscontrato nelle scritture contabili una serie di irregolarità:

 

1. Il trasferimento di denaro era avvenuto, oltre i limiti di legge, senza il tramite degli intermediari abilitati;

2. L'incasso in contanti era stato contestualmente utilizzato per la restituzione, sempre in contanti, di un debito verso il socio;

3. Mancava la rilevazione contabile di compensazioni legali tra crediti e debiti in essere tra società del "gruppo apparente", situazione avvalorata dal fatto che dalle banche dati dell'amministrazione finanziaria non risultavano atti aventi ad oggetto le compensazioni indicate;

4. Verificando la coerenza tra le scritture contabili e il bilancio, erano emersi alcuni elementi che facevano ritenere le scritture contabili e il bilancio non attendibili;

5. Tra le società erano state effettuate una serie di operazioni di valore estremamente rilevante, tutte a mezzo contanti, con causali "incasso crediti", "restituzione finanziamento soci", "incasso credito conto cassa contanti", "finanziamento";

6. Sussistevano, pertanto, operazioni di rilevante importo annotate per cassa in palese violazione delle norme basilari in tema di contabilità che, almeno in apparenza, dimostravano che erano state effettuate operazioni di trasferimento di denaro in violazione della normativa antiriciclaggio.

In primo grado il ricorrente, in proprio e in qualità  rappresentante legale della società, aveva dichiarato, a sua discolpa, che non vi era stata in realtà alcuna operazione di trasferimento illecito di denaro tra società appartenenti allo stesso gruppo familiare, essendo stati i rapporti di credito/debito tra tutte le società regolati tramite legittime compensazioni di partite senza alcun movimento di denaro contante, che, del resto, non era presente fisicamente nella cassa di nessuna delle società. 

Il Tribunale, nell'accogliere l'opposizione, aveva valutato che, a fronte della regolarità contabile delle società, sarebbe stato preciso onere dell'Ente fornire la prova dell’esistenza delle operazioni illecite, riscontro che nel caso di specie non era stato fornito se non dimostrando l'irregolare tenuta del conto cassa, per la quale, tra l’altro, era stato presentato un esposto alla Procura della Repubblica, per ipotizzato reato, con procedimento seguito in altra sede.

Il Ministero, con atto di appello, impugnava quindi la sentenza, motivando l'impugnazione della sentenza con l'erronea valutazione delle risultanze processuali in ordine alla ritenuta insussistenza di elementi fattuali sulle operazioni di trasferimento di milionarie somme di denaro all'interno del “gruppo societario” (che tale non era).

La Corte, innanzitutto, prendeva atto che quella oggetto di analisi era solo una delle sanzioni irrogate alle diverse società facenti parte della medesima "holding familiare", ma solo per alcune di esse era stata presentata impugnazione. In particolare, nel caso di una sanzione con oggetto analogo a quello in questione, il giudizio di appello aveva stravolto la sentenza di primo grado, favorevole al soggetto sanzionato, come nel caso in disamina.

Le società in esame, pur appartenendo allo stesso “gruppo societario”, erano del tutto distinte tra di loro e non identificate da alcun bilancio consolidato.

Non c'era alcun dubbio, allora, che a fronte di tali risultanze documentali non smentite, dovesse trovare applicazione il principio più volte richiamato dalla S.C. in relazione al reddito d'impresa a fronte del quale, anche qualora la contabilità stessa possa ritenersi complessivamente attendibile, la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude la legittimità dell'accertamento analitico  induttivo del reddito d'impresa. In tali casi, il fisco può legittimamente mettere in discussione la veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di semplici presunzioni, purché gravi, precise e concordanti, maggiori ricavi o maggiori costi, con conseguente rinvio dell'onere della prova a carico del contribuente (Cass. 20.1.2017 n.1530). Del resto, è principio consolidato che le scritture contabili, pur se regolarmente tenute, non hanno valore di prova legale a favore dell'imprenditore che le ha redatte (Cass. 31.7.2012 n.13669). E lo stesso art.2709 c.c. recita testualmente: i libri e le altre scritture contabili delle imprese soggette a registrazione fanno prova contro l’imprenditore.

La documentazione a favore delle società di per sé non poteva quindi assumere valore probatorio, mentre era necessario appurare, come sosteneva il Ministero appellante, se sussistessero altri elementi da cui dedurre la reale esecuzione di operazioni di compensazione tra crediti/debiti delle varie società atte a dimostrare che le annotazioni in conto cassa rilevate dall'ente accertatore fossero state il frutto di un errore formale, come affermato dai soggetti sanzionati e come condiviso dal Giudice di prime cure.

Secondo i soggetti accertati, non sussistevano riscontri di operazioni illecite dagli estratti conto, da cui non risultavano operazioni di prelievo e versamenti in contanti, nonché nella irragionevolezza delle deduzioni ex adverso poste a fondamento della sanzione. 

Secondo la Corte, pur non essendoci riscontri in tal senso, non vi era  neppure la prova, nella documentazione prodotta in giudizio, della necessità di giustificare la restituzione delle ingenti somme versate a titolo di presunte compensazioni di crediti/debiti per la restituzione finale di finanziamenti ai soci; sarebbe stato necessario, per avvalorare la tesi dell’appellato, inoltre, che l'amministratore unico di tutte le società avesse provveduto a dimostrare, tramite la conferma dei finanziamenti medesimi, la sussistenza di suddetti crediti.

In ultimo la Corte ha ritenuto che, a fronte del valore sostanzialmente confessorio attribuibile alle evidenze delle operazioni effettuate per cassa, non sussisteva alcuna prova contraria che potesse far ritenere lecite tali operazioni.
Le compensazioni per crediti conseguenti a prestazioni professionali effettuate da una società in favore delle altre rimanevano mere asserzioni di parte non dimostrate, con la conseguenza che i crediti e i relativi debiti non erano comprovabili.

Per tutto quanto dedotto, la Corte ha ritenuto l’appello del Ministero meritevole di accoglimento.