Skip to main content

Orafo e Banca – Importanza dell’attenta osservazione delle operazioni realizzate ai fini della segnalazione operazioni sospette

Sentenza del Tribunale di Roma n. 2505/2018


Nella vertenza in oggetto, conclusasi con Sentenza n. 2505/2018, gli opponenti erano un funzionario preposto alla filiale di banca e il relativo istituto di credito quale responsabile in solido, costituiti con due ricorsi separati poi riuniti in un unico giudizio avverso il Ministero, il quale aveva emesso decreto sanzionatorio a fronte di mancata segnalazione di operazioni ritenute sospette.

La difesa eccepiva una serie di obiezioni, alle quali il Tribunale formulò le relative considerazioni, in modo dettagliato come segue: 

 

1. L’assenza, nell’ordinanza ingiunzione, dell’avvertimento relativo alla facoltà di proporre opposizione avanti l’autorità giudiziaria competente.

Il Tribunale, per quanto atteneva l’eccezione in disamina, ritenne l’inidoneità dell’omessa o erronea indicazione circa le modalità di presentazione del ricorso in opposizione a determinare la nullità del decreto sanzionatorio, potendone causare solo la semplice irregolarità. L’erronea indicazione eventualmente presente nell’atto non esimeva dal rispetto delle norme processuali applicabili ai fini dell’individuazione del giudice territorialmente competente, potendo al più rilevare ai fini della scusabilità dell’errore in cui fosse, sull’argomento, eventualmente incorso l’opponente, ma non si trattava del caso concreto.

2. La prescrizione del termine relativo alla notifica del relativo PVC da parte degli organi accertatori, ai sensi dell’art.14 e dell’art.28 L.689/1981, formulata altresì non nel ricorso ma solo nelle note successivamente autorizzate dal Giudice.

Secondo il Tribunale, nessuno dei due termini poteva considerarsi prescritto; quello di novanta giorni previsto dall’art.14 perché era a discrezione del Giudice la valutazione del tempo necessario all’autorità procedente per il compimento delle indagini, infatti la giurisprudenza di legittimità aveva affermato che la decorrenza del tempo utile per la contestazione dell’illecito non inizia automaticamente nel giorno in cui l’attività ispettiva è terminata ma nel momento in cui ragionevolmente la contestazione avrebbe potuto essere tradotta in accertamento.

Per quanto atteneva il temine di cinque anni previsto dall’art.28, questo non era decorso in quanto, pur escludendo la rilevanza interruttiva degli atti endo-procedimentali, vi erano stati episodi che avevano interrotto la prescrizione, come lo era stato indubbiamente la notifica del PVC.

 
3. Il vizio di motivazione, derivante dall’omessa indicazione, nel decreto impugnato, delle motivazioni di fatto e di diritto che avrebbero reso necessaria la segnalazione presuntivamente omessa.


Il Tribunale ha ritenuto tale vizio palesemente insussistente, attesa l’analitica ed approfondita ricostruzione in fatto ed in diritto presente nel decreto impugnato; inoltre, rilevava il Giudice, il giudizio di opposizione in questione doveva avere oggetto il rapporto e non l’atto iniziale, essendo il giudizio relativo all’ordinanza ingiunzione e non al PVC, soggetto ad altri mezzi di impugnazione.


4. Nel merito il ricorrente chiedeva l'annullamento della sanzione per errore nella motivazione circa la sua applicazione, non potendosi ravvisare alcuna provenienza delittuosa del denaro versato e prelevato dai conti cui il decreto sanzionatorio faceva riferimento. Secondo la difesa, infatti, si trattava del corrispettivo dell’attività di vendita di prodotti orafi esercitata dal titolare, conosciuto dalla banca, intestatario del conto corrente dove erano state effettuate le operazioni sotto indagine. I prelievi, d’importo ridotto ove considerati singolarmente, erano stati impiegati per l’acquisto dell’oro, merce necessaria per l’attività, ottenuta così a condizioni vantaggiose, proprio perché pagata con denaro contante. Inoltre, le riscossioni erano destinate ad aiutare il figlio in temporanea difficoltà finanziaria.

 

Con una lunga disamina il Tribunale osservò che, dal punto di vista sostanziale, vigevano le regole poste dall’art.3 del d.l.143/91 convertito con L.197/91 per le operazioni poste in essere da 07.2006 fino al 29.04.2008, in quanto a decorrere dal 30.04.2008 – ex art.64 del d.lgs.231/2007 l’intero capo I del d.l.143/1991, cui l’art.3 apparteneva, era stato abrogato, con conseguente entrata in vigore dell’art.41 del d.lgs.231/2007; alla stregua del c.1 dell’art.3 del d.l.143/91, norma ratione temporis applicabile per parte del periodo osservato, "Il responsabile della dipendenza, dell'ufficio o di altro punto operativo ha l'obbligo di segnalare senza ritardo al titolare dell’attività o al legale rappresentante o a un suo delegato ogni operazione che per caratteristiche, entità, natura, o per qualsivoglia altra circostanza conosciuta a ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, induca a ritenere, in base agli elementi a sua disposizione, che il danaro, i beni o le utilità oggetto delle operazioni medesime possano provenire dai delitti previsti dagli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale. Tra le caratteristiche di cui al periodo precedente è compresa, in particolare, l'effettuazione di una pluralità di operazioni non giustificata dall’attività svolta da parte della medesima persona, ovvero, ove se ne abbia conoscenza, da parte di persone appartenenti allo stesso nucleo familiare o dipendenti o collaboratori di una stessa impresa o comunque da parte di interposta persona".

A norma dell’art.41, c.1, del d.lgs.231/2007 nel testo originario in vigore fino al 30.05.2010, e nel caso ratione temporis applicabile, “I soggetti indicati negli art.10, c.2, 11, 12, 13 e 14 inviano all'UIF una segnalazione di operazione sospetta quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell'operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell'ambito dell’attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico".

Le suddette norme hanno la finalità di assicurare la collaborazione degli intermediari, tramite i preposti dì agenzia e i relativi responsabili apicali, nel contrastare l'impiego del sistema bancario come schermo di occultamento di attività illecite; hanno inoltre una altrettanto chiara funzione preventiva che, tenuto conto del ruolo, dell’ambito del sistema economico, dei soggetti così responsabilizzati, non può che prescindere, alla stregua di entrambe le norme, sia dal compimento di indagini preliminari da parte del preposto di agenzia e dalla conseguente emersione di un quadro indiziario di riciclaggio, sia, per converso, dall'esclusione, in base al personale convincimento dei soggetti obbligati alle segnalazioni, dell’inerenza delle operazioni finanziarie ad una attività delittuosa.

"Ciò che rileva ai fini dell’obbligo di segnalazione ex art.3 del d.l.143/91 e 41 del d.lgs.231/2007 è solo un giudizio obiettivo sulla idoneità di quelle operazioni ad essere strumento di elusione alle disposizioni dirette a prevenire e punire l'attività di riciclaggio, e ciò in relazione agli elementi oggettivi e soggettivi che le caratterizzano".

In particolare, giova evidenziare che sebbene la norma del 2007 abbia ulteriormente esplicitato che ciò che rende l’operazione “sospetta” non è strettamente legato alla provenienza specifica delle somme oggetto delle singole operazioni compiute, bensì alla loro modalità e consistenza, allorché siano tali da rendere ragionevole il sospetto.

Secondo la giurisprudenza è pertanto errata la preponderanza data alla conoscenza personale del soggetto e della provenienza del denaro da questi utilizzato.

Dalla documentazione in atti risultava che l’importo complessivo della movimentazione dei conti del cliente era di estrema rilevanza per un’attività come la sua; inoltre i conti esaminati erano conti personali, non professionali, e il cliente risultava peraltro socio unico di una società a responsabilità limitata in liquidazione, solo in precedenza operante nel settore dell’oreficeria. La posizione del cliente, in modo grossolano, era stata censita come “famiglia produttrice”, ma alla data di apertura dei conti le sue ditte erano già cessate.

L'alimentazione dei rapporti risultava caratterizzata da:

versamenti di assegni bancari, spesso a cifra tonda, quasi sempre sotto la soglia di non trasferibilità, poi risultati frequentemente non pagati in prima presentazione; 

accredito di effetti/assegni al dopo incasso;

versamenti di assegni circolari e di contante. 

In fase di utilizzo gli operanti avevano accertato invece numerosi prelevamenti di denaro contante, traenza di assegni a cifra tonda quasi sempre per importi di poche migliaia di euro, talvolta cambiati allo sportello.

Risultava quindi evidente che gli elementi di anomalia riscontrati dall'UIF erano quelli di cui ai punti 1.1, 2.1., 2.2. e 5.7, ossia:

1.1. “Ripetute operazioni della stessa natura non giustificate dall’attività svolta dal cliente ed effettuate con modalità tali da denotare intenti dissimulatori; frequenti afflussi di disponibilità finanziarie che vengono trasferite, dopo un breve intervallo di tempo, con modalità o destinazioni non ricollegabili alla normale attività del cliente...alimentazione dei rapporti con strumenti (contante, titoli di credito, bonifici) che non appaiono coerenti con l’attività svolta dal cliente”. 

2.1. “Prelevamento di denaro contante per importi rilevanti, salvo che il cliente non rappresenti particolari esigenze”.

2.2. “Versamento di denaro contante per importi rilevanti, non giustificabile con l’attività economica del cliente”.

5.7. “Rapporti che presentano una movimentazione non giustificata dall’attività svolta dal cliente e che risultano caratterizzati da: versamenti frequenti di assegni o presentazione allo sconto di titoli, soprattutto se in cifra tonda, con pluralità di girate, con altri elementi ricorrenti ovvero emessi al portatore o a favore dello stesso traente; richiami dei titoli e ritorni di insoluti a volte seguiti da protesto; sostanziale pareggiamento degli addebiti e degli accrediti”.

 

Durante la fase amministrativa del procedimento sanzionatorio, il preposto d’agenzia aveva presentato memorie difensive in cui dichiarava di aver conosciuto in precedenza il titolare dei conti in esame, esercente di un negozio della zona, in cui questi gli aveva mostrato l’ingente patrimonio di gioielli relativo alla sua attività di grossista orafo; inoltre il preposto aveva riferito di aver potuto verificare l'elevato tenore di vita del cliente orafo dai frequenti viaggi all'estero di lavoro e di piacere, dal cospicuo patrimonio immobiliare e dalla villa nel centro cittadino in cui dimorava; il cliente  aveva inoltre giustificato i prelievi in contanti per esigenze personali e familiari (acquisti vari; lavori di ristrutturazione immobile; sussidio al figlio spesso in difficoltà per mancanza di liquidità) oltre che in funzione dell’acquisto a prezzi scontati di merce proprio in virtù di tale modalità di pagamento.

Il Tribunale, ciò constatato, si espresse osservando che la circostanza che i conti utilizzati fossero personali (non relativi all’esercizio di attività imprenditoriale o commerciale), con "l'aggravante" di essere stati attivati quando le ditte del titolare erano già cessate, ne rendeva oggettivamente e macroscopicamente anomala l'operatività, sia in ragione dell’ingente valore complessivo delle operazioni compiute, sia in considerazione delle modalità di tali operazioni, caratterizzate da frequenti versamenti di assegni risultati non pagati in prima presentazione con corrispondente addebito del relativo importo, e da successivo accredito di effetti/assegni al dopo incasso, e dal fatto che quasi tutti gli assegni fossero stati emessi in cifra tonda e di poco al di sotto la soglia di non trasferibilità; si trattava di operazioni all’evidenza non compatibili con la realizzazione di esigenze prettamente personali, e solo in astratto tipiche dell’attività di commercio al minuto, in ogni caso mal conciliabili con la circostanza che gli assegni fossero emessi in cifra tonda, situazione che nel mondo degli affari appariva surreale, e in ogni caso non poteva corrispondere all'attività di "grossista orafo" che il titolare del conto dichiarava di svolgere.
Tutte queste evidenze convergevano nel rendere ipotizzabile un impiego dei conti in questione per attività di tipo usurario, anche da parte di soggetti non dotati della qualificata professionalità esigibile, invece, nei confronti di un preposto di istituto di credito.

L'operatività dei conti in esame pareva essere strumento di elusione alle disposizioni dirette a prevenire e punire l'attività di riciclaggio.

Anche i prelievi in contanti, giustificati dalla necessità di pagamento della ristrutturazione immobiliare e dall’acquisto di merce a prezzi scontati, risultavano contraddittori con la natura personale dei conti in esame.

L'eccezione di merito fu, per tali motivi, completamente respinta.

Per quanto atteneva, infine, l'eccezione circa l'erroneo computo della base di calcolo sulla quale era stata applicata la sanzione, il Tribunale, in parziale accoglimento della domanda, ha ritenuto applicabile, ex art.69 del d.lgs. 231/2007 come modificato dal d.lgs.90/2017 in vigore dal 5.07.2017, il più mite trattamento sanzionatorio previsto dall’art.58 c.2 del d.lgs.231/2007; stante la gravità delle violazioni, ha reputato comunque di applicare la sanzione nel valore massimo previsto dalla norma, 300.000,00 euro, in ogni caso notevolmente inferiore alla pretesa del Ministero determinata in base alle disposizioni previgenti.