53 – Antiriciclaggio: quando è operazione sospetta?

Sentenza della Corte d’Appello di Roma pubbl. 02/2025

Il caso della cessione simulata di quote sociali

La vicenda

Una recente decisione della Corte d’Appello civile di Roma pubblicata nel febbraio 2025 ha chiarito importanti principi in materia di antiriciclaggio. Il caso riguarda un avvocato e il relativo studio legale sanzionati per omessa segnalazione di operazione sospetta, per una vicenda che si potrebbe verificare, negli stessi termini, anche per un commercialista.

Il percorso giudiziario

La vicenda ha attraversato due gradi di giudizio. Il Tribunale civile di Roma aveva confermato la sanzione. La Corte d’Appello ha invece completamente ribaltato l’esito, annullando il decreto sanzionatorio.

I fatti: la cessione simulata per ottenere il finanziamento

Il contesto dell’operazione

I fatti risalgono al 2017. Una società aveva richiesto un finanziamento di 200.000 euro per acquistare un immobile all’asta. L’istituto di credito aveva inizialmente rifiutato la richiesta. La motivazione era la scarsa capacità reddituale della richiedente.

La strategia adottata

Per ottenere il finanziamento, i soci della società cedettero “fittiziamente” l’intero capitale sociale. Il prezzo simbolico pattuito era di soli 500 euro. Il cessionario era un soggetto operante nello stesso settore.

La cessione era pacificamente simulata. L’obiettivo era far apparire alla banca un assetto proprietario diverso da quello reale. Solo dopo questa operazione la banca concesse il finanziamento.

Il ruolo del professionista

L’avvocato assistette nella stipula dell’atto di cessione delle quote. Presso il suo studio furono rinvenuti, in esito a un controllo antiriciclaggio effettuato dai militari della Guardia dei Finanza, i documenti dell’operazione. Il professionista, appartenente allo stesso ambito familiare, prestò anche fideiussione per il buon esito dell’operazione.

La sanzione del Ministero dell’Economia

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze irrogò una sanzione di circa 3.500 euro. La contestazione riguardava la violazione dell’art. 35 del D.Lgs. 231/2007 (all’epoca art. 41).

L’accusa era di aver omesso di segnalare un’operazione sospetta. Il valore complessivo dell’operazione era di circa 35.000 euro.

La decisione del Tribunale di primo grado

I motivi di opposizione respinti

Il Tribunale civile di Roma pubblicò la sentenza nell’aprile 2022. Respinse tutti i motivi di opposizione dell’avvocato.

Il primo giudice escluse l’esenzione dall’obbligo di segnalazione. L’art. 35, comma 5, del D.Lgs. 231/2007, il così detto legal privilege, non fosse applicabile. L’assistenza non riguardava un procedimento giudiziario ma la stipula di un atto negoziale, pertanto una consulenza commerciale.

La valutazione dell’anomalia

Il Tribunale ritenne sussistenti evidenti anomalie. L’operazione fittizia era diretta ad ottenere un finanziamento negato. I soci rimanevano di fatto titolari della società.

Il professionista era in condizioni di rendersi conto dell’interposizione patrimoniale. L’obiettivo era rappresentare all’istituto finanziatore una situazione divergente dalla realtà.

La svolta in Corte d’Appello

Il ribaltamento della decisione

La Corte d’Appello civile di Roma pubblicò la sentenza nel febbraio 2025. Accolse l’appello e annullò completamente il decreto sanzionatorio.

Il Ministero non si era costituito in appello. La Corte condannò l’amministrazione alle spese di entrambi i gradi di giudizio.

I principi stabiliti dalla Corte

La Corte confermò l’esclusione dell’esenzione dall’obbligo di segnalazione. L’assistenza nella cessione di quote sociali non rientra nell’attività di difesa processuale.

Tuttavia, stabilì un principio fondamentale. L’obbligo di segnalazione presuppone che il professionista possa ragionevolmente prefigurarsi la provenienza delittuosa dei fondi.

Il principio cardine: simulazione non significa riciclaggio

La distinzione cruciale

La Corte d’Appello ha chiarito un aspetto essenziale. La natura simulata di un atto non implica necessariamente finalità illecite. L’istituto della simulazione è previsto e disciplinato dall’ordinamento.

La simulazione può essere utilizzata per finalità che non presentano profili di riciclaggio. Non ogni atto simulato è automaticamente sospetto ai fini antiriciclaggio.

L’analisi del caso concreto

Nel caso specifico, l’operazione finanziaria aveva una finalità lecita. L’obiettivo era procacciare il finanziamento per acquistare un immobile di famiglia. Il denaro proveniva da un istituto di credito.

L’interposizione del soggetto terzo serviva solo a prestare garanzia personale. Non era funzionale al compimento di operazioni con denaro di provenienza delittuosa.

L’importo modesto dell’operazione

La Corte evidenziò anche l’esiguità dell’importo. La cessione delle quote aveva valore di soli 500 euro. Tale somma non poteva far sorgere sospetti sulla provenienza.

Il quadro normativo di riferimento

L’obbligo di segnalazione

L’art. 35 del D.Lgs. 231/2007 disciplina l’obbligo di segnalazione. I soggetti obbligati devono segnalare quando sospettano operazioni di riciclaggio.

Il sospetto deve essere desunto dalle caratteristiche dell’operazione. Rileva anche la capacità economica del soggetto coinvolto.

L’esenzione per i professionisti

L’art. 35, comma 5 prevede un’esenzione per i professionisti. Non si applica l’obbligo per informazioni ricevute nell’attività di difesa processuale.

L’esenzione riguarda procedimenti giudiziari o attività ad essi correlate. Non copre la stipula di atti negoziali a contenuto patrimoniale.

Le sanzioni previste

L’art. 58 del D.Lgs. 231/2007 disciplina le sanzioni. Per l’omessa segnalazione è prevista una sanzione base di 3.000 euro.

Nelle ipotesi gravi, ripetute o sistematiche la sanzione va da 30.000 a 300.000 euro.

La giurisprudenza consolidata

I precedenti della Cassazione

La giurisprudenza di legittimità ha chiarito i contorni dell’obbligo di segnalazione. Non è necessario un quadro indiziario completo di riciclaggio.

Secondo la Corte d’appello civile Roma sentenza dell’aprile 2025, l’obbligo presuppone che il sospetto si indirizzi verso la provenienza dei beni da attività criminosa. Se i beni hanno provenienza lecita non può esservi obbligo di segnalazione.

La distinzione tra riciclaggio e altri illeciti

La normativa antiriciclaggio ha finalità specifiche. È funzionale a prevenire il riciclaggio, l’autoriciclaggio e il finanziamento del terrorismo.

Come stabilito dalla Corte d’appello civile Roma sentenza dell’aprile 2025, la normativa non tutela la garanzia patrimoniale generica. Gli atti potenzialmente revocabili sono estranei al perimetro antiriciclaggio.

Le implicazioni pratiche per i professionisti

La valutazione del sospetto

I professionisti devono valutare attentamente ogni operazione. Il sospetto deve basarsi su elementi oggettivi e concreti.

Non basta la presenza di anomalie formali. Occorre che emergano elementi che facciano ragionevolmente sospettare la provenienza delittuosa dei fondi.

L’importanza del contesto

La valutazione deve considerare il contesto complessivo dell’operazione. Rileva la finalità perseguita e la provenienza dei fondi utilizzati.

Un atto simulato per ottenere un finanziamento bancario non è automaticamente sospetto. Diverso sarebbe se emergessero elementi sulla provenienza illecita del denaro.

La diligenza professionale richiesta

I professionisti devono operare con diligenza qualificata. Come stabilito dalla sentenza del Tribunale civile Roma del settembre 2024, si applica lo standard dell’operatore specializzato ex art. 1176, comma 2, c.c.

I criteri per identificare operazioni sospette

Gli indicatori di anomalia

Il Ministero ha emanato decreti con indicatori di anomalia. Questi costituiscono strumenti di valutazione ma non esauriscono i casi rilevanti.

Come chiarito dalla Corte d’appello civile Roma sentenza dell’ottobre 2024, gli indicatori sono strumenti di un processo cognitivo complesso. Il soggetto obbligato deve valutare ogni circostanza conosciuta.

La valutazione complessiva

La segnalazione costituisce il risultato di un processo cognitivo articolato. Si basa sulla valutazione dei connotati oggettivi dell’operazione e dei profili soggettivi del cliente.

In presenza di plurimi elementi anomali, la valutazione non può fondarsi su informazioni frammentarie o autoreferenziali.

Le conseguenze della decisione

La tutela dei professionisti

La decisione della Corte d’Appello tutela i professionisti da sanzioni eccessive. Non ogni irregolarità formale comporta obbligo di segnalazione.

È necessario un collegamento concreto con possibili attività di riciclaggio. La mera simulazione contrattuale non è sufficiente.

L’equilibrio tra prevenzione e proporzionalità

La sentenza realizza un equilibrio tra esigenze di prevenzione e principio di proporzionalità. L’antiriciclaggio non può diventare strumento di controllo generalizzato.

Le sanzioni devono essere proporzionate alla gravità effettiva della violazione. Come evidenziato dalla Corte d’appello civile Roma sentenza dell’aprile 2025, la determinazione della sanzione deve considerare le condizioni economiche del trasgressore.

Le prospettive future

L’evoluzione della normativa

Il D.Lgs. 231/2007 ha subito numerose modifiche nel tempo. L’ultima riforma significativa risale al D.Lgs. 90/2017.

La giurisprudenza continua a precisare i contorni degli obblighi. È importante seguire l’evoluzione interpretativa.

La formazione professionale

I professionisti devono aggiornarsi costantemente sulla normativa antiriciclaggio. La formazione è essenziale per evitare violazioni involontarie.

Gli ordini professionali organizzano corsi specifici. È consigliabile partecipare regolarmente a questi aggiornamenti.

Conclusioni: i principi guida

Il test della ragionevolezza

La decisione della Corte d’Appello stabilisce un test di ragionevolezza. L’obbligo di segnalazione sorge quando il professionista può ragionevolmente sospettare la provenienza delittuosa dei fondi.

Non basta la presenza di anomalie formali. Occorre un collegamento concreto con possibili attività criminose.

La specificità dell’antiriciclaggio

La normativa antiriciclaggio ha finalità specifiche e non può essere estesa oltre i suoi confini naturali. Come affermato dalla Corte, “la natura simulata di un atto negoziale non implica necessariamente che l’operazione sia diretta alla commissione di reati”.

L’importanza del caso concreto

Ogni situazione deve essere valutata nel suo contesto specifico. La provenienza lecita del denaro e l’esiguità dell’importo sono elementi decisivi.

La sentenza della Corte d’Appello civile di Roma rappresenta un importante precedente. Chiarisce che non ogni irregolarità formale comporta obbligo di segnalazione antiriciclaggio. È necessario un sospetto ragionevole e concreto sulla provenienza delittuosa dei fondi.

Questo principio tutela i professionisti da sanzioni sproporzionate. Allo stesso tempo, mantiene l’efficacia del sistema di prevenzione del riciclaggio. L’equilibrio raggiunto dalla Corte appare condivisibile e destinato a influenzare la giurisprudenza futura.